USA-Iran:
Attacco al mercato dei combustibili nucleari
di Rudo de Ruijter,
Ricercatore indipendente,
Aggiornato al 2 marzo 2007
Sullo sfondo della contesa politica
sull'Iran, un manipolo di paesi sta ridisegnando il mondo e
impossessandosi del mercato mondiale dei combustibili nucleari,
grazie anche a nuove norme dell'AIEA per mettere fuori gioco i
nuovi arrivati. USA, Regno Unito, Germania, Russia, Cina e
Giappone diventeranno le stazioni di rifornimento nucleare del
mondo e, sotto gli auspici dell'AIEA, detteranno norme, prezzi e
valute in cui vogliono essere pagati. L'Iran è diventato il
pretesto e il banco di prova dei loro piani. I problemi
dell'economia mondiale di domani vengono affrontati oggi.
Indice:
- L'Iran e il Trattato di non proliferazione
- Storia del nucleare in Iran
- Dallo scià Reza a Khomeini
- Le accuse contro l'Iran: 130 grammi di uranio
- Nell'agenda degli USA: petrolio, dollaro e debito estero…
- The Iranian Oil Bourse
- Alla ricerca di alleati
- Una strana delegazione europea
- Russia e Cina
- Perché l'Iran vuole l'energia nucleare?
- L'arricchimento dell'uranio in Stati senza armi nucleari rappresenta un pericolo?
- La nascita di un nuovo ordine mondiale
- Elementi discutibili
- Il circo dell'ONU
History
L'Iran e il Trattato di non proliferazione
Il presidente americano Bush vuol farci
credere che l'Iran stia tramando per dotarsi di armi nucleari.
Se ben ricordiamo, nel 2002 aveva accusato l'Iraq di avere armi
di distruzione di massa, e risultò poi che si trattava di una
menzogna. Allora guardiamo con più attenzione ai fatti.
Sin dagl'inizi, nel 1968, l'Iran è membro
del Trattato di non proliferazione (NPT) [1], un accordo
destinato non solo a fermare la proliferazione delle armi
nucleari ma anche ad agevolare lo sviluppo dell'energia nucleare
per fini civili [2]. Nel testo, gli Stati con armamento nucleare
(USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) s'impegnavano a
disfarsene (fino ad ora non hanno mantenuto la promessa), mentre
gli altri avrebbero dovuto firmare accordi con l'AIEA
(International Atomic Energy Agency), il cane da guardia del
NPT, per organizzare i necessari controlli. L'accordo dell'AIEA
con l'Iran è entrato in vigore il 15 maggio 1974 [3].
Storia del nucleare in Iran
All'epoca, l'Iran era governato dallo Scià
Reza, che era sul trono grazie all'operazione anglo-americana
Ajax del 1953. Nel 1957 lo Scià Reza decise di sviluppare
l'energia nucleare in Iran [4], e gli Stati Uniti gli offrirono
tutto l'appoggio logistico di cui aveva bisogno: un reattore di
ricerca, uranio arricchito e plutonio. Il reattore di ricerca
venne avviato nel 1967, ma ben presto entrò in fase critica. A
quel punto i francesi divennero buoni amici, e promisero di
ripararlo. Lo Scià prestò 1 miliardo di dollari alla Francia,
per la costruzione di un impianto di arricchimento a Tricastin,
nel sud del paese. Dal 1974 in poi anche molti altri paesi
offrirono i propri servigi all'Iran, e furono sottoscritti
numerosi accordi: con la Francia per cinque reattori e il
combustibile necessario, con gli USA per due reattori e il
relativo combustibile, con l'Australia per l'acquisto regolare
di uranio, e con la Germania occidentale per due reattori. La
Danimarca consegnò 10 chili di uranio altamente arricchito e 25
chili di uranio naturale. Dall'Argentina e l'India arrivarono
staff tecnici, e studenti iraniani si trasferirono in Gran
Bretagna e in Germania occidentale. Vennero avviate discussioni
con il Pakistan e la Turchia per una cooperazione nucleare
regionale. Il bilancio iraniano per l'energia atomica passò dai
30 milioni di dollari del 1975 al miliardo dell'anno seguente, e
vennero ordinati ancora altri reattori agli USA. Alla fine del
1978 non era ancora stato completato un solo impianto, ma lo
Scià aveva finito i fondi, e l'opposizione popolare contro la
sua sanguinaria oppressione giunse al culmine.
Dallo Scià Reza a Khomeini
L'opposizione contro lo Scià era andata
aumentando sin dal 1953, quando Mossadeq, popolare eroe e primo
ministro, era stato rovesciato da un colpo di stato organizzato
congiuntamente dalla CIA, gli inglesi e lo Scià [5]. Mossadeq si
era battuto con successo per nazionalizzare la compagnia
petrolifera angloamericana BP, e aveva poi vinto la causa
intentatagli dagl'inglesi presso la Corte internazionale di
giustizia dell'Aia [6]. Durante il colpo di stato, lo Scià aveva
in un primo tempo abbandonato il paese, ma era poi tornato
indietro quando l'esercito era riuscito a domare la protesta
popolare. Nel 1960, per compiacere i suoi amici americani, aveva
concesso l'immunità diplomatica a tutto il personale
statunitense presente nel paese. Ruhollah Khomeini, un giovane
oppositore che aveva osato criticarlo pubblicamente, venne una
prima volta imprigionato e poi, quando lo rifece qualche anno
più tardi, espulso. L'oppressione dello Scià andava aumentando
col passare del tempo, e nelle successive sommosse varie
centinaia di oppositori vennero uccisi e altre migliaia feriti.
Nel 1977 tutti i movimenti di opposizione si unirono, e nel
gennaio 1979 lo Scià dovette abbandonare definitivamente il
paese. Khomeini rientrò trionfalmente in patria, e il 1° aprile
1979 un referendum dette vita alla Repubblica islamica
dell'Iran. Nel novembre 1979 gli studenti iraniani, dopo aver
appreso che lo Scià si era rifugiato negli Usa, presero
d'assalto l'ambasciata a Teheran per chiederne l'estradizione e
sottoporlo a giudizio. Seguì la lunga crisi degli ostaggi, e un
tentativo americano di liberarli fallì miseramente. Il
presidente iracheno Saddam Hussein, all'epoca buon amico degli
americani, invase l'Iran e annunciò che avrebbe occupato Teheran
in tre giorni. La guerra sarebbe invece durata 10 anni e avrebbe
provocato centinaia di migliaia di morti.
Nel primo anno del conflitto, il 7 giugno
1981, Israele bombardò l'impianto nucleare, quasi completato, di
Osirak, in Iraq [6a]. Molti paesi si sentivano minacciati da
Israele, che possiede un arsenale nucleare ma non è membro del
Trattato di non proliferazione.
Con la fine del Patto di Varsavia nel 1989
e l'invasione del Kuwait da parte di Saddam, la posizione
statunitense verso l'Iran si è completamente ribaltata, e sia
l'Iraq che l'Iran sono considerati nemici degli USA, anche se,
con rispettivamente il 10,5 e il 10% delle riserve mondiali di
petrolio, il governo americano non poteva certo limitarsi a
ignorarli. Con un consumo pari al 25% del totale mondiale, gli
USA continuano ad essere i più importanti utilizzatori di
petrolio al mondo, pur disponendo oggigiorno di meno del 2%
delle riserve esistenti. La dipendenza del paese dal petrolio
estero sta rapidamente aumentando e, secondo Bush, tocca oggi il
60% [7].
Le
accuse contro l'Iran: 130 grammi di uranio
Il 16 giugno 2003, l'AIEA (Agenzia
internazionale per l'energia atomica) annunciò che l'Iran non
aveva comunicato un'importazione di uranio effettuata nel 1991,
e il suo successivo stoccaggio e trattamento. Era assolutamente
vero, ma in un documento riservato dell'AIEA del 6 giugno 2003
si poteva leggere che la quantità importata ammontava ad appena
130 grammi di materiale [8]. In base all'articolo 37
dell'accordo ufficiale tra AIEA e Iran in vigore dal 15 maggio
1974, il materiale nucleare che contiene meno di un chilo di
uranio è dispensato dalle clausole di salvaguardia [9]. Le
accuse dell'agenzia fecero credere al mondo che l'Iran avesse
violato il trattato.
E col protocollo aggiuntivo sono stati
fatti giochi di prestigio dello stesso tipo. Durante l'embargo
contro l'Iraq, quando bisognava assolutamente provare
l'esistenza di armi di distruzione di massa e Saddam si
rifiutava di concedere ulteriori diritti agl'ispettori delle
Nazioni Unite, l'AIEA promulgò clausole supplementari per
rendere più facili i controlli, e anche per rendere più facile
discriminare tra i paesi membri: norme molto severe per alcuni
paesi e molto superficiali per altri.
Nel giugno 2003 solo 33 dei 188 stati
membri del Trattato di non proliferazione avevano accettato di
firmare il protocollo aggiuntivo. Ciononostante gli USA e una
delegazione dell'Unione europea (formata da Francia, Germania e
Regno Unito) cercarono di costringere l'Iran a sottoscriverlo.
In cambio, i tre paesi europei (E3) promisero favorevoli accordi
commerciali. L'Iran era interessato a sapere quello che avevano
da offrire, e la cosa non può sorprendere: il 30% del petrolio
iraniano finisce in Europa, da cui proviene il 40% delle sue
importazioni. Nella primavera 2003 il paese aveva inoltre
cominciato a vendere il suo petrolio in euro e non più in
dollari: un bene per l'Europa e un male per gli USA, la cui
moneta ne risultava indebolita.
Durante i colloqui sui nuovi accordi
commerciali con l'Europa, l'Iran aveva accettato di sospendere
volontariamente il programma di ricerca sull'arricchimento
dell'uranio e di concedere ulteriori diritti all'AIEA per
controlli più approfonditi sui siti nucleari del paese. Dopo le
ripetute insistenze iraniane, risultò però chiaro che i paesi E3
non avevano nessuna intenzione di concludere gli accordi che
avevano promesso e che cercavano solo di portare avanti
all'infinito le riunioni per impedire la ripresa del programma
di arricchimento dell'uranio. L'Iran ricominciò quindi le
attività che aveva volontariamente sospeso, e ristabilì le
condizioni contrattuali originali per i controlli dell'AIEA. USA
ed E3 cercarono allora di far condannare l'Iran dal Consiglio di
sicurezza dell'ONU.
L'agenda degli USA: petrolio, dollaro e debito estero…
Se le cosiddette prove contro l'Iran sono
false, quale è il punto reale? Penso che in linea generale sia
chiaro a tutti. Con il loro smodato consumo energetico, gli
Stati Uniti ritengono di dovere avere governi amici in Iraq,
Iran, e (per il progetto di pipeline UNOCAL) in Afghanistan.
Durante la guerra fredda, Saddam Hussein in Iraq e lo Scià Reza
in Iran erano utili alleati degli americani, ma quei giorni sono
oramai tramontati. Grazie a Bush, adesso siamo coinvolti in una
guerra in Iraq e una in Afghanistan. Vista la reputazione che
gli USA si sono costruiti in Iran, è molto difficile che a breve
possa salire al potere un governo pro americano.
Un altro elemento che spiega
l'atteggiamento aggressivo di Bush verso l'Iran è il ruolo che
questo paese ha svolto nell'indebolimento del dollaro. E una
nuova borsa petrolifera, in caso di successo, potrebbe
addirittura far crollare l'egemonia statunitense [10].
In sintesi, ecco come funziona la cosa. Il
petrolio e il gas mondiali vengono trattati in dollari
americani. Dal 1971 gli USA si sono trovati nella felice
posizione di essere i fornitori di petrodollari del mondo.
Fornire dollari ai paesi stranieri significa che possono
stampare moneta e usarla per comprare beni, servizi e
investimenti. Dal momento che i paesi stranieri hanno bisogno di
questi dollari per poter comprare il petrolio, e li usano anche
per il commercio internazionale, gli Stati Uniti non hanno mai
dovuto realmente dare qualcosa in cambio dei loro acquisti: per
il solo fatto di fornire divise potevano comprare senza pagare.
Ed ecco perché il debito estero del paese è arrivato oggi a
3.200.000.000.000 di dollari. Se a un certo punto il resto del
mondo cominciasse a vendere i trilioni di dollari che possiede,
i cambi sarebbero sommersi dalla valuta americana e, di
conseguenza, il suo valore scenderebbe praticamente a zero. Si
scatenerebbe una crisi finanziaria, ma se il valore del dollaro
si azzerasse il debito estero sparirebbe. Ecco perché è
estremamente vantaggioso distribuire all'estero una divisa
sempre richiesta e necessaria. Fino a quando il mondo ha bisogno
di dollari per pagare gas e petrolio, la situazione è bloccata.
Ma con un debito estero oggi stratosferico,
il dollaro è diventato molto vulnerabile. Quando il 6 novembre
2000 Saddam Hussein passò all'euro [11, 12], i mercati di cambio
vennero temporaneamente sommersi dai biglietti statunitensi. Con
l'Iran che pensava a una mossa simile fin dal 1999 e con gli
altri paesi dell'OPEC che andavano nello stesso senso [13], le
speculazioni e la sempre più scarsa fiducia avevano dato il via
a una costante discesa della moneta americana [13a] che
rischiava di portare al suo collasso [14]. A fine 2002, il
dollaro aveva perso il 18% del suo valore [15], e questo
probabilmente spiega perché gli USA non avevano più potuto
attendere e il 20 marzo 2003, ignorando il Consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite, avevano invaso l'Iraq. Dal 6
giugno 2003 il commercio di petrolio viene di nuovo effettuato
nella valuta statunitense [16]. Nella primavera del 2003 anche
l'Iran era passato all'euro, e nei due anni successivi la moneta
americana aveva perso un altro 12%.
Il vantaggioso saccheggio gratuito
americano esiste solo fino a quando i paesi stranieri hanno
bisogno di sempre nuovi dollari. Ogni volta che il prezzo del
petrolio sale nelle due borse controllate dagli statunitensi,
l'IPE (International Petroleum Exchange) di Londra e il NYMEX
(New York Mercantile Exchange) di New York, il mondo ha bisogno
di altra valuta USA [17]. E siccome l'85% del commercio
petrolifero si svolge al di fuori degli Stati Uniti, per ogni
dollaro supplementare necessario all'interno del paese, nel
resto del mondo ce ne vogliono altri sette: saccheggio gratuito,
appunto.
Per aumentare ancora di più la domanda
estera di dollari, la Federal Reserve vende agli stranieri Buoni
del Tesoro, riducendo così la domanda di valuta e facendo salire
il tasso di cambio. Per fermarne l'aumento continuo, e
consolidare ulteriormente il saccheggio gratuito, è necessario
"distribuire" fuori del paese sempre nuova moneta. Se vogliono
ridurre il tasso di cambio, gli USA devono semplicemente
importare di più: in effetti, fino a quando la domanda mondiale
di dollari continua a crescere, sono gli Stati Uniti stessi a
fissarne il valore e a profittare del saccheggio gratuito, che
nel 2004 si è concretizzato in un vantaggio di 2.167 dollari per
abitante. Negli ultimi tempi gli stranieri si sono mostrati meno
propensi ad alimentare la giostra americana del credito, e anche
se il governo ha cercato di sedurli con interessi più elevati,
la domanda estera di buoni rimane insufficiente. Il solo modo
che ancora resta per ottenere abbastanza nuovo credito è quello
di aumentare la domanda mondiale di dollari facendo aumentare il
prezzo del petrolio all'IPE e al NYMEX. Proprio quello che sta
succedendo da metà 2004.
E anche in questo caso la giostra americana
è minacciata da un'iniziativa dell'Iran, che vuole creare un
centro di contrattazione del petrolio indipendente e non legato
alla valuta americana [17a]. Ammettendo che il paese riesca a
creare un flusso sufficiente a stabilizzare il prezzo mondiale
del greggio, e che lo mantenga stabile, il prezzo del petrolio
all'IPE e al NYMEX non potrà più aumentare liberamente e la
giostra smetterà di girare. La Borsa petrolifera iraniana non
solo ridurrà il potere dell'IPE e del NYMEX, ma influenzerà
anche il tasso di cambio euro/dollaro. Se il petrolio diventa
più economico in euro, ci sarà una corsa all'euro. E viceversa.
USA e Europa considerano la borsa iraniana un rischio: la sua
apertura era stata prevista per il 20 marzo 2006 (l'anno nuovo
iraniano), nell'aprile 2006 era stata riportata alla prima
settimana di maggio [18], quando in effetti il ministero per le
risorse petrolifere ha concesso una licenza di attività, ma è
stata poi ancora rimandata. Nel frattempo il presidente Putin ha
annunciato un suo piano per una borsa petrolifera in rubli a
Mosca [18a].
Alla ricerca di alleati
Se vogliono poter adottare misure contro
l'Iran, gli USA hanno bisogno di alleati, utili per partecipare
ai costi delle operazioni militari e per aiutarli a mascherare
il caos, come in Afghanistan e in Iraq. Il modo migliore di
raccogliere alleati è far condannare i nemici con una
risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU. Il problema
però è che gli Stati Uniti devono convincere gli altri paesi con
diritto di veto a dare il loro appoggio. Se rivelassero le loro
vere ragioni, non riuscirebbero ovviamente a convincere nessuno,
e quindi debbono trovare qualche giustificazione che unisca e
premi gli altri. Bene, i paesi con diritto di veto sono in
effetti i vincitori della II guerra mondiale, che, come per
caso, sono anche quelli dotati di armi nucleari e con siti di
arricchimento dell'uranio. E allora perché non premiarli
accordando loro il diritto esclusivo di arricchire l'uranio e di
fornire combustibile nucleare al resto del mondo? [19]
Una strana delegazione europea
Nella fase della schermaglia diplomatica
con l'Iran, a Bush si uniscono i cosiddetti E3 (GB, Francia e
Germania), che dovrebbero rappresentare l'Unione europea. La
strana composizione della delegazione dell'UE comincia ad avere
un senso quando ci si accorge che questi paesi sono quelli che,
in Europa, possiedono siti di arricchimento dell'uranio, e che,
nascondendosi sotto la bandiera dell'Unione europea, devono
difendere il loro proprio interesse nell'arricchimento e nel
ritrattamento.
Ma quanto sono europei i paesi dell'E3? In
effetti, nel loro desiderio di far condannare l'Iran, peraltro
loro partner commerciale, dal Consiglio di sicurezza dell'ONU,
Francia e Germania compiono un passo piuttosto strano per dei
rappresentanti dell'Europa e dimostrano così di stare giocando
una partita di poker con poste elevate: rischiano di distruggere
deliberatamente il mercato petrolifero iraniano in euro,
scatenando un conflitto diretto contro il paese mediorientale o
permettendo agli USA di imporre l'embargo.
Se non otterrà l'embargo, Bush non esiterà
probabilmente un solo momento a bombardare ancora una volta
gl'impianti nucleari iraniani in costruzione. E allora l'Iran
dovrà consumare il proprio petrolio, invece di venderlo in euro.
E qual è il ruolo della Gran Bretagna? Con il suo mercato
petrolifero IPE, sempre in perfetta sintonia con il NYMEX, e la
manifesta incapacità di passare all'euro, il paese serve da
portavoce della Casa Bianca.
Il tono del dialogo tra E3 ed Iran non è
quello che ci si potrebbe normalmente attendere tra partner
commerciali che cercano di migliorare le loro relazioni. I
resoconti delle discussioni sono lunghe litanie di obblighi che
l'E3 cerca d'imporre all'Iran, trattato come un monellaccio che
bisogna costringere a obbedire, in un modo o nell'altro [20].
Nel gennaio 2006, il presidente francese Chirac arriva al punto
di minacciare velatamente un possibile attacco nucleare. Un
simile modo di fare non può ovviamente che essere
controproducente.
Russia e Cina
Per arrivare a una risoluzione del
Consiglio di sicurezza che sanzioni l'Iran, Stati Uniti,
Francia, Regno Unito e Germania devono convincere la Russia e la
Cina a non far uso del loro diritto di veto. Dato che anche
questi due paesi arricchiscono l'uranio, la cosa sembrava
facile, ma fino ad oggi i risultati sono stati nulli. Russia e
Cina non vogliono un intervento armato contro l'Iran. In Russia
è ancora aperta la ferita della catastrofe di Chernobyl nel
1986, con centinaia di migliaia di cittadini irradiati, nuove
generazioni con deformazioni genetiche, e problemi
d'irradiazione di plutonio che resteranno irrisolti per ancora
centinaia di secoli. Da allora non ha più costruito un solo
reattore. Il paese ha una visione più fosca del futuro nucleare
nel mondo, e inoltre dispone ancora di ampie riserve di energia
fossile. La Cina ha buone relazioni con l'Iran per la fornitura
di petrolio e gas nei prossimi decenni. Se mollasse l'Iran,
dovrebbe cercare alternative per soddisfare le proprie esigenze
energetiche. Il paese non condivide l'atteggiamento aggressivo
degli USA e dell'E3.
Perché l'Iran vuole l'energia nucleare?
Può sembrare strano che un paese con
abbondanti riserve petrolifere possa volere l'energia nucleare.
L'Iran esporta petrolio, ma importa i prodotti ottenuti dalla
sua raffinazione, necessari per l'illuminazione, il
riscaldamento, i trasporti e le attività industriali della sua
popolazione in continua crescita. Per molti iraniani il prezzo
effettivo di questi prodotti sarebbe troppo elevato, ed è per
questo che vengono rivenduti a basso prezzo, con una perdita
netta per le finanze nazionali. Passare all'elettricità di fonte
nucleare significherebbe disporre di energia a costi abbordabili
per l'intero paese. L'Iran ha bisogno delle entrate ottenute
esportando petrolio per finanziare le importazioni di molti
altri prodotti indispensabili. Ecco perché l'Iran non raffina e
consuma direttamente il suo petrolio.
L'arricchimento dell'uranio in Stati senza armi nucleari
rappresenta un pericolo?
L'uranio naturale contiene lo 0,7% di atomi
U-235 e il 99,3% di altri atomi, in massima parte U-238. Per
usare il materiale fissile come combustibile nucleare, la
proporzione degli atomi di U-235 dev'essere aumentata fino al
3-5%, dapprima purificandolo e portandolo allo stato gassoso. In
questo stato, batterie di centrifughe possono filtrare parte dei
più pesanti atomi U-238 con un processo lungo e che richiede
molta energia. I rischi del processo di arricchimento sono
quelli tipici delle industrie chimiche, più che il basso livello
di radiazioni. Questo uranio non è idoneo alla produzione di
bombe, che richiedono invece un arricchimento pari almeno al 90%
[21]. Se un paese, ad esempio l'Iran, decidesse di produrre
uranio estremamente arricchito, avrebbe bisogno di 3/5 anni per
produrne in quantità sufficiente per una bomba. Inoltre, secondo
gli scienziati, per un arricchimento elevato vengono usate
centrifughe molto più grandi. La credenza, molto diffusa ma
erronea, che sia possibile produrre in una centrale nucleare per
usi civili uranio ad alto arricchimento senza farsi scoprire,
serve ora a giustificare la pretesa di Bush secondo cui il
processo di arricchimento dovrebbe restare nelle mani degli
Stati che dispongono di armi atomiche.
La
nascita di un nuovo ordine mondiale
L'idea di limitare il diritto di arricchire
l'uranio alle sole nazioni che già lo fanno non è del tutto
nuova. Le accuse contro l'Iran e il riuscito inganno a
giornalisti, politici e diplomatici hanno creato il terreno
ideale per accelerarne l'approvazione. Il principio fece la sua
apparizione in una pubblicazione dell'ONU nel 2004 [22], ancora
sotto forma di un invito per una moratoria limitata e volontaria
alla costruzione di nuovi siti di arricchimento e trattamento, e
venne poi rielaborato nel febbraio 2005 come Multilateral
Nuclear Approach (MNA) [23]. Nell'aprile 2005 Kenzo Oshima,
ambasciatore della missione giapponese presso le Nazioni Unite,
si domandava se "l'MNA non avrebbe indebitamente danneggiato
l'uso pacifico dell'energia nucleare da parte di quegli Stati
che non dispongono di armi nucleari e che svolgono attività
nucleari nel rispetto sincero e trasparente degli obblighi
imposti dall'NPT".
Il 6 febbraio 2006, il DOE (Department of
Energy) statunitense presentò la sua versione del principio nel
piano GNEP (Global Nuclear Energy Partnership). Il giorno
successivo, nel corso della Oarai Conference in Giappone, il
piano venne presentato come una proposta di Bush su iniziativa
del capo dell'AIEA El Baradei [24]. Naturalmente questa idea
geniale non poteva mancare di fascino, e pochi giorni più tardi
il DOE si autocompiaceva con queste parole: "L'accordo di
partenariato tra Stati del ciclo del combustibile e Stati di
soli reattori previsto dal GNEP aiuterà, infine, a fornire al
mondo energia elettrica pulita, mettendo a disposizione delle
nazioni senza ciclo del combustibile un accesso commercialmente
competitivo e affidabile al combustibile nucleare, in cambio del
loro impegno ad annullare lo sviluppo di tecnologie di
arricchimento e riciclaggio".
Elementi discutibili
Il nuovo ordine mondiale arriva sotto forma
di clausole supplementari di salvaguardia nell'ambito del
sistema di controllo dell'AIEA, e, visto lo spirito del
Protocollo aggiuntivo, non possiamo certo attenderci a cose come
parità di diritti o rapporti equilibrati.
Tra i paesi dell'NPT, solo quelli con armi
nucleari (più Germania, Paesi Bassi e Giappone) dispongono oggi
di siti di arricchimento [25]. Gli altri vedrebbero sfumare il
loro diritto ad arricchire l'uranio, e in cambio riceverebbero
dai primi la solenne promessa di essere sempre riforniti di
combustibile nucleare. Promesse? Non sono fatte da quegli stessi
paesi che nel 1968 avevano solennemente dichiarato di voler
distruggere le proprie armi nucleari? Come ben sappiamo, fino ad
oggi non hanno mantenuto il loro impegno, e la Francia ha
addirittura sviluppato una nuova generazione di armi nucleari
per rendere più facile e progressivo il cammino verso una guerra
atomica. Anche quest'anno Francia e Stati Uniti stanno usando il
loro arsenale per minacciare il mondo. E gli Stati che non
dispongono di armi di questo tipo dovrebbero rinunciare ai
propri diritti e diventare succubi del club di fornitori
nucleari dell'AIEA?
Per sedurre gli Stati senza armamenti
nucleari, il nuovo piano promette prezzi dell'elettricità più
bassi. Oggi, a livello mondiale, i siti di arricchimento hanno
una capacità grosso modo doppia di quella necessaria. Evitando
di costruirne altri, si potrebbe ottimizzarne l'uso e abbassare
così il prezzo dell'uranio arricchito, e quindi
dell'elettricità... Dobbiamo prendere sul serio queste
affermazioni? Le industrie che arricchiscono l'uranio non
operano pensando al modo migliore per ridurre il prezzo
dell'elettricità nel mondo. Nonostante la sovracapacità globale,
gli Europei stanno considerevolmente aumentando la produzione in
Gran Bretagna, Paesi Bassi e Germania: pensano a maggiori quote
di mercato e a maggiori profitti! E se nuove norme dell'AIEA
dovessero impedire a nuovi concorrenti di entrare nel mercato,
il solo risultato sarebbe un prezzo ancora più elevato
dell'uranio arricchito, e quindi dell'elettricità.
I nuovi piani prevedono un sistema di
distribuzione del combustibile estremamente regolato e
controllato. L'AIEA diventerebbe l'intermediario tra membri
produttori e membri consumatori. A un primo sguardo, la
struttura potrebbe sembrare degna di fiducia, dato che l'AIEA è
un'agenzia delle Nazioni Unite. Però è anche l'organismo
incaricato di sorvegliare il funzionamento del sistema. E non mi
sembra logico permetterle di avere rapporti commerciali con le
parti che deve sorvegliare. Inoltre, l'ONU non è un governo
democratico e integerrimo capace di garantire l'imparzialità di
chi deve tener d'occhio.
I piani del sistema di distribuzione
raccomandano riserve minime nazionali e riserve di emergenza in
alcuni paesi. Strano, non vi pare? Difficilmente si può definire
"una misura di sicurezza" la creazione di riserve minime in ogni
paese e di riserve di emergenza a livello regionale. Anche con
una enorme riserva di uranio arricchito al 3,5% non potreste
certo produrre armi nucleari. Perché l'AIEA vuole che i paesi
dispongano solo di piccole quantità di combustibile? Temo che ci
sia una sola risposta possibile: per avere sotto stretto
controllo gli Stati senza armi nucleari. È un poco troppo potere
nelle mani del nostro garante dell'NPT, molto più di quanto sia
necessario per condurre le ispezioni o per garantire la
sicurezza del sistema di distribuzione del combustibile
nucleare. Si tratta di potere assoluto per infrangere la
sovranità degli Stati. Se un paese fa qualcosa che i
sorveglianti o i loro padroni non gradiscono, basta chiudere il
rubinetto del combustibile per rimetterlo in riga. Suona come
una dittatura a livello mondiale. Ovviamente i paesi che
riforniscono il sistema non verranno mai infastiditi: producono
da soli il proprio combustibile.
In teoria l'AIEA dipende unicamente dalle
Nazioni Unite. Ma nella realtà le cose stanno proprio così?
L'agenzia si trova in una posizione delicata, perché non può
ignorare tensioni e conflitti d'interesse tra i membri dell'NPT,
e la sua indipendenza dagl'interessi nazionali è in equilibrio
precario. Il limitato bilancio dell'agenzia la costringe a
scelte spesso influenzate dai conflitti in corso. Durante
l'embargo contro l'Iraq, siamo stati testimoni di una AIEA
pilotata da un Bush demente, che sollecitava continuamente nuovi
controlli: il cane da guardia è stato spedito sul terreno più e
più volte per assicurarsi che il paese potesse essere invaso in
tutta sicurezza. Anche se l'AIEA ha l'obbligo di mantenere il
segreto su tutte le infrazioni rilevate nel corso delle
ispezioni, l'esercito statunitense ha ricevuto costantemente
informazioni riservate, che ha usato per preparare l'invasione
del 2003 (e per invadere l'Iraq, Bush ha infine deciso
semplicemente di ignorare il Consiglio di sicurezza
dell'ONU...).
Oggigiorno rileviamo le stesse interferenze
americane nelle ispezioni in Iran: Bush urla e il cane corre a
cercare il bastone. Le regole del nuovo ordine mondiale sono
presentate come "una proposta di Bush su iniziativa di El
Baradei". Non è azzardato supporre che i due piani, l'MPA
(Multi-National Approach) dell'AIEA e il GNEP (Global Nuclear
Energy Partnership) di Bush, si fonderanno una versione finale
imposta dagli USA.
Mettere saldamente sotto controllo tutti
gli Stati non dotati di armi atomiche non appena cominciano a
dipendere dall'energia nucleare è ovviamente un colpo da
maestro, ma gli Stati che forniscono combustibile nucleare
contano anche su molti altri vantaggi. Poiché coopereranno nella
stessa organizzazione e saranno tutti interessati, in un mercato
completamente regolato e messo sotto l'ala protettrice
dell'AIEA, a massimizzare i guadagni, potranno mettersi
d'accordo per fissare il prezzo del combustibile nucleare.
Proprio come oggi il prezzo mondiale del petrolio è fissato in
posti come l'IPE e il NYMEX, così domani il costo del
combustibile nucleare verrà deciso da pochi fortunati.
E adesso arriva il trucco. Il combustibile
nucleare dev'essere pagato. Il problema è: in che valuta (o
valute) il compratore dovrà onorare le fatture? Le valute scelte
diventeranno le più richieste e necessarie al mondo: pensate
all'odierno dollaro americano. Apparentemente non è ancora stata
presa alcuna decisione, ma se ogni fornitore chiedesse il
pagamento nella propria moneta nel mondo verrebbero soprattutto
accettati yen giapponesi, yuan renminb cinesi, rubli russi,
euro, sterline inglesi e dollari americani (con un probabile
ordine di preferenza a seconda delle capacità dei fornitori di
consegnare il combustibile nucleare). Ciascun paese godrebbe dei
vantaggi di distribuire la propria valuta nel resto del mondo,
anche se a lungo termine finirebbe col subire gli effetti
negativi sulla propria economia e, qualche decennio più tardi,
dovrebbe lasciar colare a picco la propria valuta per
sbarazzarsi del debito accumulato. Ecco in sintesi quello che
potrebbe accadere con più valute mondiali. Il fatto però che
secondo i piani l'AIEA dovrebbe diventare l'intermediaria tra
fornitori e consumatori lascia ragionevolmente pensare che
toccherebbe all'agenzia decidere in che moneta dovrebbero pagare
i compratori, e Bush spera sicuramente che debbano farlo in
dollari. Se il combustibile nucleare dovesse essere pagato
esclusivamente in dollari, la domanda di moneta americana, e
quindi l'egemonia statunitense, sarebbe garantita per molti
decenni a venire.
Il
circo dell'ONU
Con il progetto di nuovo ordine mondiale
discretamente messo a punto dietro le quinte, ci ritroviamo
adesso con un'allenza in funzione anti iraniana tra USA ed E3,
che fiutano la possibilità di fare un bel progresso verso un
mercato mondiale del combustibile nucleare. Per arrivarci, hanno
solo bisogno di una copertura legale che proibisca
l'arricchimento dell'uranio da parte degli Stati senza armamento
nucleare, con l'Iran preso ad esempio. E basterebbe una
risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU che legalizzasse
il diritto dell'AIEA di vietare ai paesi di arricchire l'uranio.
Naturalmente renderebbero impossibile
all'Iran restare nell'NPT. Per mettere a segno il colpo,
dovrebbero solo evitare che il paese lasci l'organizzazione
prima di una risoluzione di condanna, perché in tal caso non
avrebbero più una base legale per giustificare la loro
posizione. I paesi che non partecipano all'NPT (ad esempio
Israele, India, Pakistan, Cuba e Brasile) sono liberi di
arricchire l'uranio e di farne quello che vogliono.
Il
problema è: USA ed E3 riusciranno a sedurre la Russia e la Cina?
In caso di successo, il colpo di mano degli
Stati con armamento nucleare creerebbe probabilmente enormi
tensioni nell'NPT e nell'ONU, che potrebbero perdere ogni
credibilità ed essere abbandonati da molti Stati senza armamento
nucleare. Il risultato sarebbe l'opposto di quello che le
organizzazioni si pongono come obiettivo.
Sviluppi successivi alla stesura dell'articolo:
Maggio 2007: la Russia ha sottoscritto un accordo con USA, Cina,
Francia e Giappone per mettere a punto una cooperazione intesa a
sviluppare programmi nucleari civili nel mondo.
US
House Panel OKs Bill To Create International Nuclear Fuel Bank.
[26]
[1] Membri del NPT:
http://www.carnegieendowment.org/files/Tracking_Ch02map.pdf
[2] Testo del NPT:
http://www.un.org/disarmament/WMD/Nuclear/pdf/NPTEnglish_Text.pdf
(cfr.
articolo IV)
[3] Accordo AIEA-Iran:
http://www.iaea.org/Publications/Documents/Infcircs/Others/infcirc214.pdf
[4] Storia del nucleare in Iran:
http://www.nti.org/e_research/profiles/1825_1826.html
[5] Opposizione crescente contro lo Scià:
http://www.countriesquest.com/middle_east/iran/history/growing_opposition_to_the_shah.htm
[6] Mossadeq:
http://www.iranchamber.com/history/oil_nationalization/oil_nationalization.php
[6a] Attacco israeliano del 1981 contro l'impianto nucleare
iracheno:
http://news.bbc.co.uk/onthisday/hi/dates/stories/june/7/newsid_3014000/3014623.stm
[7] Dipendenza del 60% dalle importazioni di petrolio:
http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=10000087&sid=ar4D7HVGikXo&refer=top_world_news
[8] 130 grammi di uranio:
http://www.fas.org/nuke/guide/iran/iaea0603.html
(last line)
[9] Articolo 37 dell'accordo tra AIEA e Iran: http://www.iaea.org/Publications/Documents/Infcircs/Others/infcirc214.pdf
[10] Come può collassare il dollaro in Iran?
http://www.studien-von-zeitfragen.net/Zeitfragen/__Collapse_in_Iran/__collapse_in_iran.html
[11] Fred Eckhard sul permesso dell'ONU all'Iraq di passare
all'euro:
http://www.un.org/News/briefings/docs/2000/20001031.db103100.doc.html
[12] Statistiche sulle esportazioni irachene di petrolio in
euro:
http://www.un.org/Depts/oip/background/oilexports.html
[13] Colin Nunan, Petrodollari o Petroeuro:
http://www.feasta.org/documents/review2/nunan.htm
[13a] Grafici sull'evoluzione del tasso di cambio del dollaro
americano sono reperibili sul sito
http://www.studien-von-zeitfragen.net/Zeitfragen/__Collapse_in_Iran/__collapse_in_iran.html
[14] Messa in guardia del FMI sul collasso del dollaro:
http://news.bbc.co.uk/1/hi/business/2097064.stm
[15] tassi di cambio del dollaro, serie storiche:
http://fx.sauder.ubc.ca/data.html
[16] Financial Times, 5 giugno 2003
[17]Mercati petroliferi, esempio:
http://www.nationalreview.com/nrof_leuffer/leuffer200410010726.asp
Speculazioni e timori possono, per definizione essere
influenzati.
[17a]
Sugli effetti del commercio petrolifero basato o meno sul
dollaro, cfr.
http://www.studien-von-zeitfragen.net/Zeitfragen/__Collapse_in_Iran/__collapse_in_iran.html
[18] Borsa petrolifera iraniana, maggio 2006:
http://www.iribnews.ir/Full_en.asp?news_id=212013&n=32
[18a] Borsa petrolifera russa:
http://en.rian.ru/russia/20060510/47915635.html e
http://en.rian.ru/russia/20060522/48434383.html
(Effetti sul dollaro, cfr. [10])
[19] GNEP:
http://www.gnep.energy.gov/
[20] Rapporto E3
http://www.iaea.org/Publications/Documents/Infcircs/2005/infcirc651.pdf
[21] Arricchimento dell'uranio:
http://www.uic.com.au/nip33.htm
[22] Pubblicazione 2004 dell'ONU:
http://www.un.org/secureworld/brochure.pdf
[23] Gruppo di esperti NMA, febbraio 2005:
http://www.iaea.org/OurWork/ST/NE/NENP/NPTDS/Downloads/SMR_CRP1_SRWOSR/2005/RCM1/Add
materials/mna-2005_web.pdf
[24] Idea di El Baradei e proposta di Bush. 7 febbraio 2006:
http://www.jaea.go.jp/04/np/documents/sym05_01_endo_en.pdf
[25] Mappa delle stazioni di rifornimento del combustibile
nucleare nel mondo:
http://www.wise-uranium.org/umaps.html?set=enr
[26] Sviluppi successivi alla stesura
dell'articolo:
http://www.easybourse.com/Website/dynamic/News.php?NewsID=205659&lang=fra&NewsRubrique=2&pageliste=
ELENCO DEGLI ARTICOLI:
Petrodollar Warfare: Dollars, Euros and the Upcoming Iranian Oil
Bourse
by William R. Clark (5 agosto 2005)
http://usa.mediamonitors.net/content/view/full/17450
Killing the dollar in Iran, By Toni Straka, "With the world
facing a daily bill of roughly $5.5 billion for crude oil at
current price levels,"
http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/GH26Dj01.html
America's Foreign Owners, 22 settembre 2005
http://www.thetrumpet.com/index.php?page=article&id=1712
The Proposed Iranian Oil Bourse, Krassimir Petrov, Ph. D., 17
gennaio 2006
http://www.321gold.com/editorials/petrov/petrov011706.html
Trading oil in euros - does it matter?,
di Cóilín Nunan,
Pubblicato il 30 gennaio 2006 su Energy Bulletin.
http://www.energybulletin.net/12463.html
How can the Dollar collapse in Iran?
di Rudo de Ruijter
http://www.studien-von-zeitfragen.net/Zeitfragen/__Collapse_in_Iran/__collapse_in_iran.html
Maggio 2006/Marzo 2007
tradotto da Carlo Pappalardo
http://bastianini.info
gennaio
2008
L'autore può essere contattato via il sito
www.courtfool.info
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